Il perdono non è scordare ma dare fiducia

la Repubblica, 26 settembre 2010
intervista a ENZO BIANCHI,
a cura di CHIARA CAROLI

«Dimenticare le colpe? Quello lo può fare solo Dio. Il perdono non può essere cancellazione, né oblio, né gesto di vanità o di arroganza. È un percorso arduo, faticoso. È un dono elargito senza opportunismo, nel nome della fiducia nei confronti dell’uomo». Un’assunzione di responsabilità condivisa, per costruire una giustizia davvero al servizio di una società fondata sui valori più alti: la solidarietà, la pace, la pietà. È una sfida intellettuale impegnativa quella che lancia padre Enzo Bianchi dal palcoscenico di Torino Spiritualità, dove ieri mattina, nel Cortile di Palazzo Carignano, ha dialogato con Gustavo Zagrebelsky sull’idea del perdono, del perdono concesso al “nemico”, inteso come realizzazione estrema della gratuità. «Il perdono non è un patteggiamento di pena — dice il priore di Bose — ma è il fondamento dei rapporti più limpidi e profondi. È reciprocità. È la riconciliazione, è l’andare oltre che offre una possibilità di futuro. E che si applica all’intera vicenda umana, dal privato di un tradimento tra marito e moglie a una grande vicenda storica come il conflitto tra Israele e Palestina».

Padre Bianchi, come distinguere il perdono dall’impunità?

«Il perdono non cancella la colpa ma è il riconoscimento che la persona è più grande del male che ha compiuto. È un atteggiamento costruttivo, che porta a sfuggire il rancore e rinunciare alla vendetta».

Zagrebelsky teme che la deresponsabilizzazione produca una società di eterni bambini perennemente ricondotti allo stato di fanciullezza, che dalla storia dei loro errori non sono in grado di imparare nulla. È d’accordo?

«Questa idea non mi convince e credo non aiuti il futuro. Non è la fanciullezza la malattia della nostra società, ma l’illegalità. In questo paese da almeno dieci anni è accettato come un fatto naturale che abbiano diritto di esistenza il sopruso e la mancanza di regole. È questa la causa dell’imbarbarimento».

Può esistere felicità senza responsabilità?

«No. Se parliamo della beatitudine evangelica, essa non può che realizzarsi nella responsabilità non solo di sé ma anche dell’altro, dell’altro che è mio fratello. Questa condivisione di responsabilità è la strada che fa crescere tutti e realizza una società matura».

Lei sostiene che una vera “communitas” contrassegnata dalla qualità della convivenza sociale e dalla solidarietà non può escludere “ciecamente” il perdono dal concetto e dalla prassi della giustizia. Come distinguere questa idea dall’iper-garantismo?

«La giustizia contiene in sé il concetto di perdono. La filosofia del diritto lo sta elaborando. L’idea di perdono non esclude quella di memoria. La colpa va ricordata, non dimenticata né cancellata. Il fine di una società umana costruita sull’amore deve lavorare per la riconciliazione e per la riabilitazione di chi ha peccato».

Riconciliazione in Sudafrica, in Israele. E qui, in Italia, tra carnefici e vittime del terrorismo. È possibile?

«Il cammino della riconciliazione è difficile. Nel privato è affidato alla coscienza e ai sentimenti dei parenti delle vittime. Ma a livello politico mi pare che lo Stato abbia già perdonato, attraverso l’indulto o gli sconti di pena. Il che non significa annullare la responsabilità ma offrire a chi ha commesso un delitto una via d’uscita per non essere identificato con la propria colpa e ricominciare una vita con dignità. C’è una virtù in tutti gli uomini, che la Bibbia chiama “immagine e somiglianza di Dio”, che nessun misfatto può cancellare del tutto».

Non crede che il buddismo, che quest’anno a Torino Spiritualità è stato protagonista con tre grandi maestri tibetani, abbia riposte più efficaci del Cristianesimo ai disagi interiori dell’uomo contemporaneo?

«Credo che la religione cristiana abbia qualcosa da imparare dal buddismo in materia di compassione e il buddismo dalla religione cristiana sul tema del perdono. Ma mi pare che l’approccio alle discipline orientali sia più intellettuale che autenticamente spirituale. È effetto della globalizzazione. Tutti vogliono conoscere un po’ di tutto. Ma non credo al bricolage dell’anima. Prendere sulle bancarelle un po’ di questo e un po’ di quello non può produrre che una spiritualità omologata e superficiale. Un pizzico di tutto non fa la buona cucina».

intervista a ENZO BIANCHI,
a cura di CHIARA CAROLI

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Ama il creato!

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Il Padre ti chiede di amare tutto ciò che egli ama. Anzitutto egli vuole che tu ti riconcili con la creazione. Lodalo e ringrazialo quando ammiri le bellezze del creato: il cielo, il mare, il sole, le stelle, i fiori… Ma anche quando vedi delle apparenti stonature nella natura, non ti lamentare e non imprecare. Non dire mai più: che giornataccia, che tempaccio! Tutto è bello e tutti i giorni sono belli nel calendario di Dio (Anonimo).

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La vita è …

La vita è un’opportunità,coglila.
La vita è bellezza, ammirala.
La vita è beatitudine, assaporala.
La vita è un sogno,
fanne una realta’.
La vita è una sfida, affrontala.
La vita è un dovere, compilo.
La vita è un gioco, giocalo.
La vita è preziosa, abbine cura.
La vita è ricchezza, conservala.
La vita è amore, godine.
La vita è un mistero, scoprilo.
La vita è promessa, adempila.
La vita è tristezza, superala.
La vita è un inno, cantalo.
La vita è una lotta, accettala.
La vita è un’avventura,rischiala.
La vita è felicità, meritala.
La vita è la vita, difendila.

(Madre Teresa di Calcutta)

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Semina …

Semina il tuo entusiasmo!
Semina i tuo slanci!
Semina il tuo sorriso!
Semina la tua dedizione!
Semina il tuo coraggio!
Semina un atto:
raccoglierai un’abitudine.
Semina un’abitudine: raccoglierai un carattere
Semina un carattere: raccoglierai la felicità!

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I pensieri del gufo


 

Il nonno teneva per mano il nipotino e indicava i poderosi alberi del viale.
Raccontava che niente è più bello di un albero.
«Guarda, guarda gli alberi come lavorano!».
«Ma che cosa fanno, nonno?».
«Tengono la terra attaccata al cielo! Ed è una cosa molto difficile.
 Osserva questo tronco rugoso.
È come una grossa corda. Ci sono anche tanti nodi.
Alle due estremità i fili della corda si dividono e si allargano per attaccare terra e cielo.
Li chiamiamo rami in alto e radici in basso. Sono la stessa cosa.
Le radici si aprono la strada nel terreno e allo stesso modo i rami si aprono una strada nel cielo.
In entrambi i casi è un duro lavoro!».

«Ma, nonno, è più difficile penetrare nel terreno che nel cielo!».
«Eh no, bimbo mio. Se fosse così, i rami sarebbero belli dritti.
Guarda invece come sono contorti e deformati dallo sforzo.
Cercano e faticano. Fanno tentativi tormentosi più delle radici».

«Ma chi è che fa fare loro tutta questa faticaccia?».
«È il vento. Il vento vorrebbe separare il cielo dalla terra.
Ma gli alberi tengono duro. Per ora stanno vincendo loro».

È questo il duro lavoro della nostra fede: tenere il cielo attaccato alla terra…

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vigilanza dell’uomo e misericordia di Dio

Pensiero del giorno
 
Dio eterno, padre compassionevole e misericordioso,
con quell’occhio di pietà
con il quale creasti noi e tutte le cose,
considera le necessità del mondo e provvedi.
Tu ci hai donato l’essere dal nulla:
illumina dunque quest’essere che è tuo.
(Caterina da Siena, dalle Orazioni)
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Seguire Cristo vuol dire aderire a lui

Pensiero del giorno

 

1 . San Giorgio, che oggi ricordiamo, passò da un tipo di milizia a un altro, scambiando l’ufficio terreno di tribuno con l’ingresso nell’esercito di Cristo. Come un soldato ben disciplinato egli si sbarazzò dapprima del peso dei suoi beni terreni, dando ogni cosa ai poveri. Una volta libero e senza ingombri, indossò la corazza della fede, e poté così gettarsi nel pieno della battaglia come un valente soldato di Cristo. Da questo possiamo tutti apprendere una grande lezione: non è possibile combattere propriamente e con coraggio la buona battaglia della fede se si vive nel terrore di perdere i beni di questo mondo. (Pier Damiani, dal Sermone 13)

2 . Tu vuoi onorare il corpo del Salvatore? Non onorarlo con paludamenti di seta in chiesa, mentre fuori lo lasci intirizzito dal freddo e nudo. Colui che ha detto: «Questo è il mio corpo» e che con la sua parola ha operato la cosa, quegli ha detto: «Mi avete visto affamato e non mi avete dato da mangiare. Ciò che non avete fatto a uno dei più umili, lo avete rifiutato a me!». Onoralo dunque dividendo il tuo patrimonio con i poveri: perché a Dio non occorrono calici d’oro, ma anime d’oro. (Giovanni Crisostomo)

 

3 . Grazie all’Eucaristia, il cristiano è veramente ciò che mangia! La nostra partecipazione al corpo ed al sangue di Cristo non tende che a ciò: farci diventare quello che mangiamo. (San Leone Magno)

 

4 . Il cristiano è chiamato a rendere conto della sua fede, a tradurre la verità della risurrezione del Cristo nel quotidiano, confessandola non a parole, ma con la vita vissuta, con il suo impegno […].
Il senso della risurrezione di Cristo dovrebbe essere familiare e naturale per il cristiano poiché la risurrezione costituisce la realtà fondamentale della fede. (Raimond Johanny)

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