Le facoltà umane e la cura delle relazioni

prima parte

Roberto Mancini*

LO SVILUPPO DEI POTERI SPECIFICI

Nel pensiero greco e in quello medievale questi poteri sono chiamati virtù, dove per “virtù” non si intende un eroismo morale stilizzato, ma i poteri, i tratti e le energie specifiche delle relazioni umane. Una cosa ben diversa dalla ricerca della potenza per la potenza! Quando noi cerchiamo la potenza, sia militare, economica, ideologica, o fisica, siamo accecati, non distinguiamo i fini dai mezzi e non distinguiamo le energie specifiche, cioè i poteri propriamente umani, che si situano nella costellazione dell’imparare ad amare. Che cosa vuol dire, invece, sviluppare i poteri nell’imparare ad amare?
La prima parola che citerei è integrità. Una persona è se stessa, è persona sino in fondo, quando ha maturato una relativa (perché la vita poi è paradossale, ci ricorda il limite, è ironica) integrità. Non l’integrità della pietra o del granito, neppure quell’integrità nel senso moralistico dell’espressione, ma integrità nella stoffa della persona. Noi abbiamo tanti centri di soggettività: il corpo, la ragione, la coscienza morale, il cuore – l’organo attraverso il quale siamo sensibili, proviamo sentimenti e passioni – e abbiamo l’anima, cioè una soggettività radicale, profonda che rappresenta la sintesi di quello che noi siamo, se volete una parola meno metafisica possiamo usare libertà. L’anima non è il contrario del corpo, è la libertà unica, l’espressione inconfondibile, originale di una persona, quello per cui ciascuno di noi è imprevedibile; se prendessimo sul serio questa parola, ci ricorderemmo che l’altro non è catalogabile, non si può pensare “già so quello che dirà, quello che farà”, l’altro è nuovo, ha una dimensione insondabile, non oggettivabile, che è la fonte, la scaturigine interiore della sua libertà.

 

 

Noi diventiamo noi stessi se siamo integri, cioè se questi centri di soggettività si parlano e convergono verso un unico centro. Ciò non vuol dire schiacciare e mettere a tacere, per esempio, il corpo a vantaggio della coscienza, o la ragione a vantaggio del cuore, non si tratta di spezzare. Noi veniamo da sistemi educativi e anche da un modello sociale in cui crescere, come nei riti tribali, equivale a passare per una mutilazione: rinunciare ai sogni, rinunciare al cuore, rinunciare alla libertà e adattarsi a qualcosa di già vecchio, di già deciso, non integro, travisato; per esempio adattarsi a fare tutto quello che serve per sopravvivere: la cosiddetta flessibilità, la competitività, la parola d’ordine del nostro modello culturale. Al contrario, l’integrità è la condizione per esprimere i nostri poteri.
Vi dicevo che non sto descrivendo la realtà, sto tentando di decifrare ciò che è tipicamente umano – e che quindi, se tolto all’uomo, lo rende non più un essere umano – e nel contempo sto indicando quale può essere un cambiamento possibile: ecco il senso del passaggio dalla logica della sopravvivenza alla cultura della convivenza.

 

Non c’è spazio per una cultura della convivenza, finché la nostra grammatica interiore, sociale, politica, economica, scolastica (con i crediti: quelle cose meschine che sostituiscono la passione di conoscere!) non muta; finché siamo dentro logiche ispirate alla sopravvivenza, ossia a vivere sopra agli altri, senza di loro, contro di loro, al massimo in quella freddezza per cui, disse Adorno una volta, è stato possibile Auschwitz: è stato possibile non perché i malvagi erano la maggioranza, ma per quella freddezza radicale, culturale, di massa per cui ciascuno si faceva gli affari suoi e, anche se aveva il campo di concentramento a un chilometro da casa, non voleva vedere e magari metteva la musica per non sentire. Finché, quindi, rimaniamo in una logica di sopravvivenza non c’è sviluppo delle nostre qualità. Esse si sviluppano invece se siamo in relazioni maieutiche, tendenzialmente reciproche, che permettono a ciascuno di sviluppare il meglio nel senso dell’imparare ad amare. Allora certo che emergono facoltà propriamente umane.

 

 

La prima è la lucidità. È facoltà di rendersi conto del proprio valore, del valore degli altri e, detto in modo schematico, di capire come la realtà sia costituita a un primo livello da fatti, a un secondo livello da significati, che danno la prospettiva dei fatti, e a un terzo livello, quello più profondo, da valori. I valori, a loro volta, non sono concetti ma sono persone, relazioni, mondo naturale, futuro: respirano, sono vivi. Se restano concetti, allora certo che si possono calpestare e in loro nome fare guerre, inquisizioni, crociate, persecuzioni, torture; quando l’essere umano commette il male, lo fa sempre con un’ottima ragione, normalmente morale, religiosa, economica: ha tutte le carte in regola per giustificare il male che fa. Io sto parlando di valori vivi; invece l’abuso moralista nell’appello ai valori li riduce a concetti, entità mentali che sanno al di sopra delle persone, regole astratte che distruggono, offendono la vita delle persone reali. Il rapporto sano con i valori è a rovescio: le regole, le entità ideali servono alle persone, sono di servizio alla comunità degli umani. Allora la lucidità sta nel cogliere il giusto nesso tra fatti, significati e valori viventi.

* filosofo

 

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