Le facoltà umane e la cura delle relazioni

prima parte

Roberto Mancini*

LO SVILUPPO DEI POTERI SPECIFICI

Nel pensiero greco e in quello medievale questi poteri sono chiamati virtù, dove per “virtù” non si intende un eroismo morale stilizzato, ma i poteri, i tratti e le energie specifiche delle relazioni umane. Una cosa ben diversa dalla ricerca della potenza per la potenza! Quando noi cerchiamo la potenza, sia militare, economica, ideologica, o fisica, siamo accecati, non distinguiamo i fini dai mezzi e non distinguiamo le energie specifiche, cioè i poteri propriamente umani, che si situano nella costellazione dell’imparare ad amare. Che cosa vuol dire, invece, sviluppare i poteri nell’imparare ad amare?
La prima parola che citerei è integrità. Una persona è se stessa, è persona sino in fondo, quando ha maturato una relativa (perché la vita poi è paradossale, ci ricorda il limite, è ironica) integrità. Non l’integrità della pietra o del granito, neppure quell’integrità nel senso moralistico dell’espressione, ma integrità nella stoffa della persona. Noi abbiamo tanti centri di soggettività: il corpo, la ragione, la coscienza morale, il cuore – l’organo attraverso il quale siamo sensibili, proviamo sentimenti e passioni – e abbiamo l’anima, cioè una soggettività radicale, profonda che rappresenta la sintesi di quello che noi siamo, se volete una parola meno metafisica possiamo usare libertà. L’anima non è il contrario del corpo, è la libertà unica, l’espressione inconfondibile, originale di una persona, quello per cui ciascuno di noi è imprevedibile; se prendessimo sul serio questa parola, ci ricorderemmo che l’altro non è catalogabile, non si può pensare “già so quello che dirà, quello che farà”, l’altro è nuovo, ha una dimensione insondabile, non oggettivabile, che è la fonte, la scaturigine interiore della sua libertà.

 

 

Noi diventiamo noi stessi se siamo integri, cioè se questi centri di soggettività si parlano e convergono verso un unico centro. Ciò non vuol dire schiacciare e mettere a tacere, per esempio, il corpo a vantaggio della coscienza, o la ragione a vantaggio del cuore, non si tratta di spezzare. Noi veniamo da sistemi educativi e anche da un modello sociale in cui crescere, come nei riti tribali, equivale a passare per una mutilazione: rinunciare ai sogni, rinunciare al cuore, rinunciare alla libertà e adattarsi a qualcosa di già vecchio, di già deciso, non integro, travisato; per esempio adattarsi a fare tutto quello che serve per sopravvivere: la cosiddetta flessibilità, la competitività, la parola d’ordine del nostro modello culturale. Al contrario, l’integrità è la condizione per esprimere i nostri poteri.
Vi dicevo che non sto descrivendo la realtà, sto tentando di decifrare ciò che è tipicamente umano – e che quindi, se tolto all’uomo, lo rende non più un essere umano – e nel contempo sto indicando quale può essere un cambiamento possibile: ecco il senso del passaggio dalla logica della sopravvivenza alla cultura della convivenza.

 

Non c’è spazio per una cultura della convivenza, finché la nostra grammatica interiore, sociale, politica, economica, scolastica (con i crediti: quelle cose meschine che sostituiscono la passione di conoscere!) non muta; finché siamo dentro logiche ispirate alla sopravvivenza, ossia a vivere sopra agli altri, senza di loro, contro di loro, al massimo in quella freddezza per cui, disse Adorno una volta, è stato possibile Auschwitz: è stato possibile non perché i malvagi erano la maggioranza, ma per quella freddezza radicale, culturale, di massa per cui ciascuno si faceva gli affari suoi e, anche se aveva il campo di concentramento a un chilometro da casa, non voleva vedere e magari metteva la musica per non sentire. Finché, quindi, rimaniamo in una logica di sopravvivenza non c’è sviluppo delle nostre qualità. Esse si sviluppano invece se siamo in relazioni maieutiche, tendenzialmente reciproche, che permettono a ciascuno di sviluppare il meglio nel senso dell’imparare ad amare. Allora certo che emergono facoltà propriamente umane.

 

 

La prima è la lucidità. È facoltà di rendersi conto del proprio valore, del valore degli altri e, detto in modo schematico, di capire come la realtà sia costituita a un primo livello da fatti, a un secondo livello da significati, che danno la prospettiva dei fatti, e a un terzo livello, quello più profondo, da valori. I valori, a loro volta, non sono concetti ma sono persone, relazioni, mondo naturale, futuro: respirano, sono vivi. Se restano concetti, allora certo che si possono calpestare e in loro nome fare guerre, inquisizioni, crociate, persecuzioni, torture; quando l’essere umano commette il male, lo fa sempre con un’ottima ragione, normalmente morale, religiosa, economica: ha tutte le carte in regola per giustificare il male che fa. Io sto parlando di valori vivi; invece l’abuso moralista nell’appello ai valori li riduce a concetti, entità mentali che sanno al di sopra delle persone, regole astratte che distruggono, offendono la vita delle persone reali. Il rapporto sano con i valori è a rovescio: le regole, le entità ideali servono alle persone, sono di servizio alla comunità degli umani. Allora la lucidità sta nel cogliere il giusto nesso tra fatti, significati e valori viventi.

* filosofo

 

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I NOMI DEL BELLO E IL MISTERO DI DIO

di + Bruno Forte Arcivescovo metropolita di Chieti-Vasto
1. Pronao: l’attualità del bello fra utopia e disincanto, verso una nuova “filocalía”
a) La luce Il tempo della ragione forte è anche il tempo dell’utopia: dove la ragione moderna pensava di aver tutto compreso, la volontà di potenza delle ideologie ambiva ad imporre alla realtà complessa e drammatica la totalità senza ombre dell’idea, rincorrendo l’aspirazione utopica di un compiuto “regnum hominis”. In questa ambizione, affamata di totalità, non restava spazio per la bellezza, perché per essa non può esserci posto dove non siano riconosciuti l’ulteriorità, l’indicibile, il mistero: la bellezza evoca, non cattura, suscita, non arresta, invoca, non presume. Perciò, nel tempo dell’utopia velleitaria della ragione adulta la bellezza è stata respinta, esiliata o ridotta a calcolo, a volgarissimo “kitsch” (“fango”, “immondizia”, dal verbo “kitschen” ‘ spazzare il fango dalla strada): “La bellezza disinteressata – scrive Hans Urs Von Balthasar, il pensatore che più di ogni altro ha avvertito l’epocale attualità del bello – senza la quale il vecchio mondo era incapace di intendersi, ha preso congedo in punta di piedi dal moderno mondo degli interessi, per abbandonarlo alla sua cupidità e alla sua tristezza”1. La conseguenza drammatica di questo esilio della bellezza sta nella inevitabile perdita del senso del vero e del bene: “In un mondo senza bellezza… anche il bene ha perduto la sua forza di attrazione, l’evidenza del suo dover-essere-adempiuto… In un mondo che non si crede più capace di affermare il bello, gli argomenti in favore della verità hanno esaurito la loro forza di conclusione logica”2.
b) La notte Ciò di cui allora v’è urgente bisogno al compimento della parabola dell’epoca moderna è per von Balthasar un recupero della bellezza della verità e del bene, che li faccia amare, poiché “non si può amare che il bello” (“Non possumus amare
1 H. U. von Balthasar, Gloria. 1. La percezione della forma, Jaca Book, Milano 1975, 10. 2 Ib., 11.
nisi pulchra”)3. Questo vuol dire, per l’annuncio della buona novella, che non basta più testimoniare l’alterità di Dio, la trascendenza del bene e del vero rispetto al mondo, compito pur necessario e prezioso in tante epoche: bisogna testimoniarne la bellezza. Ad un’umanità che tanto intensamente ha scoperto la mondanità del mondo e ha rincorso il progetto di emanciparsi da ogni dipendenza estranea all’orizzonte terreno, è necessario più che mai proporre la verità amabile, il bene attraente, lo scandalo al tempo stesso fascinoso e inquietante dell’umanità di Dio: e questo vuol dire riscoprire la chiave estetica dell’approccio alla verità che salva, al bene che libera. Nel tempo del disincanto e della ragione debole, dove la massificazione delle ideologie ha ceduto il posto alla folla di solitudini del regno del frammento, in questa postmodernità nichilista e debole, rinunciataria di fronte alla verità e al bene perché sospettosa nei confronti di tutti gli orizzonti globali di senso, di cui l’ideologia aveva abusato, solo la bellezza può offrirsi come via di incontro con ciò per cui valga la pena di vivere e di vivere insieme, con ciò che sia capace di vincere il dolore e la morte e di dare speranza alla vita.
c) L’aurora Fra utopia e disincanto sarà la riscoperta del bello che aiuterà ad incontrare il Tutto nel frammento: “la via della bellezza” non va concepita a guisa di una formula totalizzante, ma come metafora di un cammino possibile e fecondo per restituire ai frammenti un orizzonte di senso e cogliere nella Verità ultima e sovrana la vera sorgente della dignità del frammento. Occorre aprirsi a una sorta di ritrovata “filocalia”, di un senso del bello, cioè, che sia educato all’amore della Bellezza che salva, offerta nella rivelazione. Solo il riconoscimento dell’offrirsi dell’infinito nel finito, della lontananza nella prossimità, solo la comprensione estetica della verità e del bene, potrà essere in grado di parlare efficacemente al mondo umano, “troppo umano”, che è il nostro mondo post-moderno. Esso non ha bisogno di prove di forza, dopo le tante offerte dall’ideologia. Esso non ha neanche bisogno di rinunce deboliste, di sterili riflussi nel privato. Ciò di cui abbiamo tutti bisogno è l’offerta dell’eternità nel tempo, dell’onnipotenza nella prossimità dell’amore capace di misericordia e di compassione. Il volto della verità e del bene che più può attrarre a sé è quello della bellezza umile del crocifisso amore: lo esprime in un testo drammatico lo stesso von Balthasar: “Quel Logos, in cui tutto nel cielo e sulla terra è raccolto e possiede la sua verità, cade lui stesso nel buio, nell’angoscia… in un nascondimento, che è proprio l’opposto dello
3 Agostino, De musica, VI, 13, 38.
svelamento della verità dell’essere… L’indicativo è perduto, l’interrogativo è rimasto l’unico modo di parlare. La fine della domanda è il forte grido. È la parola che non è più parola… Anche il Logos, che ha accettato la forma a lui adatta, deve essere privato della sua figura… La parola di Dio nel mondo è diventata muta, nella notte essa non chiede più di Dio; essa giace sepolta nella terra. La notte che la copre non è una notte di stelle, ma notte di desolazione profonda e di alienazione mortale. Non è un silenzio pieno di mille segreti d’amore, che scaturiscono dalla avvertita presenza dell’amato; ma silenzio di assenza, di distacco, di vuoto abbandono, che arriva dietro tutti gli strappi dell’addio”4. L’estetica teologica – intesa come percezione del Tutto nel frammento, educata alla scuola della kenosi del Verbo crocifisso e abbandonato – è, pertanto, al tempo stesso la via per glorificare l’Eterno nel miracolo della sua autocomunicazione nel finito e per annunciare al mondo la gioia della salvezza che nel “Verbum abbreviatum” gli è stata donata. Rivisitare i linguaggi della bellezza nella memoria teologica dell’Occidente sarà pertanto la via per rispondere alla domanda decisiva su dove e come potrà essere possibile al pensiero moderno e ai suoi naufragi di riappropriarsi della via salutare del bello, riconoscendovi anche una singolare via verso il Vangelo di Gesù. È quanto tenteremo di fare – sia pur in maniera appena evocativa ­nelle riflessioni che seguono…
2. Le sette arcate: i nomi del bello e il silenzio di Dio
Dire l’indicibile senza violarne il mistero è come accendere i sette bracci del candelabro santo, la “menorah”, nella notte del mondo, facendo risplendere la vivente “menorah” dei volti con le loro sette aperture dell’unica luce del cuore, che solo il Messia, l’Eterno entrato nel tempo, è in grado di accendere in noi con la sua luce. L’evocazione dei sette nomi del bello nelle lingue sacre dell’Occidente potrà aiutare ad alimentare questa “menorah” vivente nel santuario di Dio, che è il mondo intero da Lui chiamato ad esistere.
un canto fermo quale commento divino all’opera dei sei giorni (cf. Gen 1,4. 10. 12. 18.
21. 25. 31: “E Dio vide che ciò era buono/bello”), dicendo inseparabilmente la bontà e
‘ “tov”: il termine ricorre comeב בIl primo di questi nomi del bello è l’ebraico
4 H.U. von Balthasar, Il tutto nel frammento, Milano 1972, 223. 226.
la bellezza del creato agli occhi del Creatore. In rapporto alle otto opere di Dio la parola ricorre sette volte: secondo la tradizione rabbinica non è detto dell’opera del secondo giorno perché in essa Dio compie la separazione delle acque dalle acque, della terra dal cielo, che sembra contraddire alla bellezza come unità e corrispondenza. Ciò significa che il creato è bello perché è domanda, desiderio del cielo: “tov”, bello è dunque ciò che nutre il desiderio, lanciando ponti verso l’Eterno per cui siamo fatti (non ciò che separa dal cielo, ma ciò che fa tendere ad esso è il bello: de-siderio – da “de-sideribus”, essere lontani dalle stelle, bramandone tuttavia la prossimità – è il bello, l’assente presenza nel cuore della volta stellata…). Il bello e il bene sono desiderio dell’Eterno, sete del cielo, sete della bellezza nascosta…
Un secondo nome del bello è il greco καλός; (secondo i Medioevali da καλέιν‘ chiamo; in realtà dal sanscrito “kalyah”): il bello chiama, attira a sé, è amabile, si offre, viene incontro. La bellezza è appello, offerta, avvento dell’Altro… Basti ricordare la voce del misterioso Maestro, unanimemente riconosciuto e amato, che è Dionigi, lo pseudo Areopagita: “Anche in Dio l’eros è estatico, in quanto non permette che gli amanti appartengano a se stessi, ma solo all’amato… Perciò anche Paolo, il grande, tutto preso dall’eros divino e divenuto partecipe della sua forza estatica, grida con voce ispirata: Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me. Egli parla come un vero amante, come uno che, secondo le sue stesse parole, è uscito estaticamente da sé per entrare in Dio e non vive più di vita propria, ma di quella dell’amato infinitamente amabile… In breve, appartiene al bello e al bene possedere l’eros ed amare in maniera conforme all’eros; questo ha infatti la sua sede originaria nel bello e nel bene, come solo attraverso il bello e il bene esso trova consistenza e realizzazione”5. “Estatico” è il bello, e non lo raggiunge se non chi si perde, chi accetta di essere attratto fuori di sé per andare verso l’altro nel movimento d’amore oltre ogni cosa, oltre l’essere, il divino e il bene, in quanto pensati al di fuori dell’estasi suprema da sé e da ogni possesso del sé…
Un terzo nome della bellezza è il latino pulcher (da un cognome romano): bello è, cioè, qualcuno, un soggetto concreto; la bellezza è sempre in un “frammento”, fragile, finita… A proposito di questa fragilità del bello, di questo suo essere legato al breve spazio e tempo della caducità, scrive Cristina Campo: “Non è la bellezza ciò da cui si dovrebbe necessariamente partire? È un giacinto azzurro che attira col suo profumo
5 De divinis nominibus 4,13: PG 3,712.
Persefone nei regni sotterranei della conoscenza e del destino… Imperdonabile è, per il mondo d’oggi, tutto ciò che somiglia al giacinto di Persefone…William Carlos Williams ha definito ciò una volta per tutte in tre grandi versi: Ma è vero, essi la temono /più che la morte, la bellezza è temuta /più di quanto essi temano la morte… E hanno ragione perché accettarla è sempre accettare una morte, una fine del vecchio uomo e una difficile nuova vita… Tutti provano questo terrore ma i più preferiscono sparare sulla bellezza o rifugiarsi nell’orrore per dimenticarla”6. La bellezza ha insomma un’aura tragica: il suo bacio è mortale, perché il Tutto che si offre nel frammento ne rivela l’inesorabile finitezza. Il bello denuncia la fragilità del bello. La bellezza è come la morte, minacciosa nella sua imminenza: è questa la ragione profonda per la quale l’esperienza del bello è impastata di malinconia. Il bello ricorda agli abitatori del tempo la caducità della loro dimora, che appare fasciata dal silenzio del nulla. E poiché la vertigine del nulla produce l’angoscia, si intuisce quanto angosciosa possa rivelarsi la bellezza: sospeso sugli abissali silenzi della morte, il cuore umano, sovrastato dal bello, si fa inquieto riguardo al suo destino. La fragilità del bello rinvia così paradossalmente all’eterno, come Persefone che dall’Ade rimanda ai giardini della primavera…
Un quarto nome del bello è il latino formosus (da “forma”: il termine si conserva ad esempio nel castigliano “hermoso”): bello è ciò che ha forma, dove la proporzione delle parti rispecchia l’armonia dei numeri del cielo. È l’insegnamento di Agostino, su questo punto totalmente discepolo del mondo greco: “Non a caso nel lodare si usa tanto il termine speciosissimum – che ha l’essenza in sommo grado – quanto il termine formosissimum – che ha la forma in sommo grado”7. La bellezza è ordine, armonia, pace: raccolto riposo dell’anima. “(Le cose sono belle) perché le parti… per una sorta di intimo legame danno luogo ad un insieme conveniente”8. Rispetto alla visione greca Agostino innova, tuttavia, su due punti: il primo è che la bellezza per lui non è qualcosa, ma Qualcuno, un Tu amato: “Sero tè amavi, pulchritudo tam antiqua et tam nova, sero tè amavi!” (“Tardi Ti amai, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi Ti amai!”)9. Il secondo è che il bello come armonia non dà ragione del male e della sofferenza: da una parte Agostino spiega la disarmonia come momento dialettico necessario, che sta al
6 Sotto falso nome, a cura di M. Fametti, Adelphi, Milano 1988, 179s. 7 De vera religione, 18,35. 8 Ib., 32,59. 9 Confessiones, X, 27, 38.
bello come l’ombra alla luce; dall’altra cerca insoddisfatto altre possibilità. Così nel Commento alla Prima Lettera di Giovanni: “Due flauti suonano in modo diverso, ma uno stesso Spirito vi soffia dentro. Dice il primo: ‘Egli è il più bello tra i figli degli uomini’ (Sal 45,3); e il secondo, con Isaia, dice: ‘Lo abbiamo visto: non aveva più né bellezza, né decoro’ (Is 53,2). I due flauti sono suonati da un unico Spirito: essi dunque non discordano nel suono. Non devi rinunciare a sentirli, ma cercare di capirli. Interroghiamo l’apostolo Paolo per sentire come ci spiega la perfetta armonia dei due flauti. Suoni il primo: ‘Il più bello tra i figli degli uomini’; ‘benché avesse la forma di Dio, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio’ (Fil 2,6). Ecco in che cosa sorpassa in bellezza i figli degli uomini. Suoni anche il secondo flauto: ‘Lo abbiamo visto: non aveva più né bellezza, né decoro’: questo perché ‘spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana’ (Fil 2,7). ‘Egli non aveva bellezza né decoro’ per dare a te bellezza e decoro. Quale bellezza? Quale decoro? L’amore della carità, affinché tu possa correre amando e amare correndo… Guarda a Colui dal quale sei stato fatto bello”10. Si intravede qui -oltre quella greca della forma e dell’armonia – un’altra bellezza…
Un quinto nome del bello è quello che evoca l’irradiarsi della luce: splendido è il bello, radioso come il sole del mattino, ed insieme pudico come lo stesso sole alle prime luci dell’alba, o infiammato di sangue come l’astro nell’ora che volge al tramonto, quando sa tingere ogni cosa del sapore della nostalgia11. Claritas è il termine usato da Tommaso d’Aquino alla ricerca di questa ulteriore, conturbante bellezza: egli ricorre al termine quando parla del bello in rapporto a Colui, cui più si addice l’idea della bellezza, il Figlio Gesù Cristo. E in tale contesto che Tommaso aggiunge ai due termini agostiniani – “integritas” e “proportio”, il Tutto e la proporzionata armonia delle parti – l’idea della “claritas”, di ciò che irradiando trasgredisce i confini, oltrepassa le soglie: “La bellezza – scrive nella Summa Theologica12 – ha a che fare con ciò che è proprio del Figlio. Tre cose richiede infatti la bellezza. In primo luogo, l’integrità o perfezione… Quindi, la debita proporzione o armonia. E poi la luminosità… Riguardo all’integrità, essa riguarda ciò che è proprio del Figlio, in quanto il Figlio ha in sé in maniera vera e
10 In Io. Ep., IX, 9. 11 Due esempi letterari di questa bellezza: “Albeggiò sulla Mancia: l’aurora mi parve arrossire perché si era ricordata di quel luogo” (Miguel de Cervantes); “La luce rossastra del tramonto illumina ogni cosa  con il fascino della nostalgia: anche la ghigliottina” (Milan Kundera). 12 1 q. 39 a. 8c.
perfetta la natura del Padre… Riguardo alla proporzione, essa corrisponde a ciò che è proprio del Figlio, in quanto egli è l’immagine espressa del Padre. Di qui si desume che qualunque immagine può dirsi bella, se perfettamente ripresenta/rappresenta l’oggetto… Riguardo al chiarore, esso corrisponde a ciò che è proprio del Figlio, in quanto egli è il Verbo, luce e splendore dell’intelligenza”. In altre parole, il Tutto si fa presente nel Figlio incarnato non solo come armonia, ma anche come trasgressione, irradiazione, rapimento, lacerazione: l’Infinito nella fragilità del finito, l’Eterno nel tempo, il Bene sommo nella morte di Croce13. L’agape crocefissa è la rivelazione della bellezza che salva… È da qui che nasce il nome destinato a più larga fortuna nelle lingue dell’Occidente: “bello”…
Un sesto nome del bello è, appunto, bello (dal latino medioveale “bonicellum” ‘piccolo bene’, bene abbreviato; da qui derivano i termini che nelle lingue romanze designano il nostro oggetto: “bello”, “bonito”, “beau”, “beautiful”). La bellezza è la contrazione dell’Onnipotente nella debolezza, del divino nell’umano, della gloria nell’umiltà e nella vergogna della Croce: “Non coërceri maximo, contineri tamen a minimo, divinum est” – “Non l’essere costretti dal più grande, ma l’essere contenuti dal più piccolo è il divino”14. Il bello è l’amore che induce l’infinito Bene a consegnarsi alla morte per amore della creatura amata. Il bello è umiltà, kènosi dello splendore e proprio così paradossale splendore della kènosi. Come dice San Francesco nelle Lodi del Dio Altissimo: “Tu sei santo, Signore, solo Dio, che operi cose meravigliose. Tu sei forte. Tu sei grande. Tu sei altissimo. Tu sei re onnipotente. Tu, Padre santo, re del cielo e della terra. Tu sei trino ed uno, Signore Dio degli dei, Tu sei il bene, ogni bene, il sommo bene, il Signore Dio vivo e vero. Tu sei amore e carità, Tu sei sapienza. Tu sei umiltà… Tu sei bellezza…”.
Altri nomi potrebbero essere qui evocati (ad esempio quello di “sublime”, derivante da “sub limen”, sospeso all’architrave della porta, al “limen” e dunque alto, elevato: amato dalla filosofia moderna, esso è definito da Kant come ciò il cui solo
13 È interessante notare che la “claritas” è stata interpretata come il risultato della congiunzione di “integritas” e “consonantia”, e cioè come la “quidditas” della cosa, che si offre luminosa appunto nella sua forma compiuta, nella sua totalità circoscritta: così, James Joyce, buon conoscitore della filosofia scolastica, nel romanzo autobiografico A Portait of the Artist as a Young Man (1916), Penguin Books, London – New York 1993, dove questa spiegazione è messa in bocca all’alter-ego dell’Autore, Stephen Dedalus. Questi, tuttavia, ammette di aver a lungo esitato prima di giungere a tale conclusione: in realtà, essa – sebbene comune fra gli Scolastici – ha il limite di non aggiungere nulla di nuovo alla visione agostiniana, che invece Tommaso assume e supera. 14 Elogium sepulcrale S. Ignatii, usato da Hölderlin nel 1794 in esergo al frammento di romanzo Hyperion.
pensiero dimostra “la presenza di una facoltà dell’animo nostro che trascende ogni misura sensibile”15): il settimo nome del bello resta, però, più propriamente custodito nel silenzio. È la bellezza oltre ogni bellezza, il silenzio di Dio oltre le tante parole degli uomini che cercano di dire l’indicibile. È la voce del silenzio che secondo il testo ebraico solo parla ad Elia sull’Oreb (1 Re 19,12). La bellezza vera è sempre oltre, irraggiungibile eppure desiderata, attraente eppure nascosta, infinita eppure presente nel finito, vivente eppure donata nella morte, mortale eppure salvifica, temporale e tuttavia eterna: essa passa e puoi vederla solo di spalle… Il bello evoca, non cattura; invoca, non pretende; provoca, non sazia. È la bellezza significata nel suo contrario, la porta della bellezza, la bellezza di Dio…
3. L’abside: la bellezza, via al mistero di Dio
a) Il Pastore bello I nomi della bellezza, fin qui evocati, rinviano tutti al mistero. Essi mostrano come la bellezza sia via della ricerca di Dio, spazio del suo avvento, evento del suo dono. Un duplice dato evangelico dà conferma di questo e induce a scoprire nella bellezza una via feconda per l’incontro col Dio di Gesù. Il primo dato consiste nel fatto che il Pastore, che raccoglie le pecore nell’unità del Suo gregge, è presentato nel Vangelo come il bel Pastore: ό Ποιμήν ό καλός (cf. Gv 10,11). L’ora pasquale rivelerà il volto di questa bellezza nell’Uomo dei dolori che si consegna alla morte per amore nostro: è l’amore con cui ci ha amati che trasfigura “l’uomo dei dolori davanti a cui ci si copre la faccia” (Is 53,3) nel “più bello dei figli degli uomini”: il crocefisso amore è la bellezza che salva. Se la via del Vangelo è anzitutto quella della conversione del cuore a Cristo, allora la bellezza del Suo amore crocefisso è per eccellenza via di evangelizzazione: nel crocefisso amore i discepoli incontrano l’Amato e si lasciano raccogliere da Lui nell’unità di un solo gregge e di un solo Pastore. L’evangelizzazione trova nella bellezza della Sua carità di Crocefisso il cammino su cui avanzare, il misterioso richiamo cui sempre di nuovo corrispondere. Cristo non è solo la verità e il bene: Cristo è la bellezza che salva. Bello è conoscerlo; bello è amarlo; bello è per noi – secondo le parole di Pietro “stare qui sul monte con Te…” (Mt 17,4).
15
Critica del giudizio,
 par. 25: il termine tedesco è “das Erhabene”.
b) Le opere belle C’è però anche un altro dato evangelico che aiuta a riconoscere nella bellezza una via del Vangelo: a notarlo è Pavel Florenskij, il “Leonardo da Vinci russo”, genio della scienza e del pensiero teologico e filosofico, sacerdote di Cristo, morto martire della barbarie staliniana. Commentando Mt 5,16 – “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli” – egli osserva che ” ‘i vostri atti buoni’ non vuole affatto dire ‘atti buoni’ in senso filantropico e moralistico: ύμοων τά καλά έργα vuoi dire ‘atti belli’, rivelazioni luminose e armoniose della personalità spirituale – soprattutto un volto luminoso, bello, d’una bellezza per cui si espande all’esterno ‘l’interna luce’ dell’uomo, e allora, vinti dall’irresistibilità di questa luce, ‘gli uomini’ lodano il Padre celeste, la cui immagine sulla terra così sfolgora”16 . Se la testimonianza è via preziosa per l’annuncio del Vangelo, essa è inseparabile dallo sfolgorio della bellezza degli atti del discepolo interiormente trasfigurato dallo Spirito: dove la carità si irradia, lì s’affaccia la bellezza che salva, lì è resa lode al Padre celeste, lì cresce l’unità dei discepoli dell’Amato, uniti a Lui come discepoli del Suo amore crocifisso e risorto.
c) La Bellezza che salva È lo stesso Florenskij a indicare allora la via della bellezza come luogo del misterioso incontro del tempo e dell’eternità, grazie a cui si costruisce l’unità voluta dal Signore. Ricordando una delle sue celebrazioni nella Chiesa sulla collina Makovec, rivolta verso il grande Monastero (la “Lavra”) di Sergiev Possad, cuore del cristianesimo russo, così descrive la paradossale bellezza della liturgia, simbolo dei simboli del mondo, in cui il cielo dimora sulla terra e l’eternità mette le sue tende nel tempo, trasformando lo spazio nel “tempio santo, misterioso, che brilla di una bellezza celeste”: “Il Signore misericordioso mi concesse di stare presso il suo trono. Scendeva la sera. I raggi dorati danzavano esultanti, il sole appariva come un inno solenne all’Eden. L’occidente impallidiva rassegnato, e verso di esso era rivolto l’altare, posto sulla sommità della collina. Una catena di nuvole si stendeva sulla Lavra come un filo di perle. Dalla finestra sopra l’altare erano visibili le nitide lontananze e la Lavra dominava come una Gerusalemme celeste. Al Vespero il canto ‘Luce di pace’ sigillava il tramonto. Il sole morente si abbassava sontuoso. Si intrecciavano e si scioglievano le melodie antiche come il mondo; si intrecciavano e si scioglievano i nastri d’incenso azzurro. La lettura del canone pulsava ritmicamente. Qualcosa nella penombra tornava
16 Le porte regali. Saggio sull’icona, Adelphi, Milano 19997, 50.
alla mente, qualcosa che ricordava il Paradiso, e la tristezza per la sua perdita veniva trasformata misteriosamente dalla gioia del ritorno. E al canto ‘Gloria a Te che ci hai mostrato la luce’ accadeva significativamente che la tenebra esterna, pure essa luce, calava, ed allora la Stella della Sera brillava attraverso la finestra dell’altare e nel cuore di nuovo sorgeva la gioia che non svanisce, quella gioia del crepuscolo della grotta. Il mistero della sera si univa con il mistero del mattino ed entrambi erano una cosa sola”17. Bellezza è allora inseparabilmente visione e riposo, lacerazione e morte: bellezza è “agàpe”. La tradizione cristiana nel suo complesso ci insegna l’inseparabilità di questi momenti, di queste anime. E lo fa alla scuola del Verbo incarnato, il Signore Gesù, dove
– una volta per sempre – in pienezza il Tutto ha abitato il frammento, trapassandolo da parte a parte, verso l’abisso della divinità e verso le opere e i giorni degli uomini. Sulla fragile soglia del crocifisso Amore si scopre lo sfiorarsi d’ombre che unisce la morte alla vita, il tempo all’eterno: il Tutto rivela la fragilità del frammento, ma anche la sua ineliminabile dignità. Lo ha intuito Raïssa Maritain, in versi purissimi, radicati nelle profondità dell’esperienza mistica, non a caso intitolati Transfiguration:
Quando t’avrò vinto o mia vita o mia morte Quando t’avrò vinto – amore E sarò fatta conforme all’amore eterno
Come un uccello che batte le ali Che discioglie nel suo volo i legami della terra Quando t’avrò vinto ostile fascino della felicità
E avrò conquistato la mia libertà celeste
Quando avrò sconfitto la gioia e lo sconforto 
Quando avrò superato le vie dei desideri
E avrò scelto il cammino più duro
Come il ciclo notturno sconfinato e puro
Nell’armonia vera di tutte le stelle
Sarà il mio cuore nell’armonia della grazia
Ma ti avrò salvato – amore
Di te avrò salvato la vita e non la morte E t’avrò incontrato – felicità
17 Sulla collina Makovec, 20. 5. 1913, in Id., Il cuore cherubico. Scritti teologici e mistici, Piemme, Casale Monferrato 1999, 260s.
Dopo aver dato al mio Signore tutto di me stessa
Come un vascello fortunato Che rientra nel porto col suo carico intatto Approderò in cielo col cuore trasfigurato
Recando offerte umane e senza macchia18 .
Tentare di pensare “questa” Bellezza – la Bellezza che salva, sperimentata nella forma più alta lì dove l’eternità mette le sue tende nel tempo -, sforzarsi di portarla al centro dell’attenzione di coloro cui sta a cuore il cammino dell’uomo e perciò il suo incontro con la buona novella di Gesù Cristo, è condizione possibile di nuovo slancio nel servizio alla causa del volerci più umani secondo il disegno di Dio, e dunque alla causa del Vangelo stesso: solo una condizione, certo, e tuttavia una sfida e una promessa feconda per tutti, per cui vale la pena di impegnarci tutti…19
18 R. Maritain, Poesie, a cura di G. Galeazzi, Milano 1990, 122s: Quand je t’avrai vaincu ô ma vie ô ma mort / Quand je t’aurai vaincu – amour / Et serai conformée a l’amour éternel / / Comme un oiseau battant de l’aile / Dénouant dans son vol les attaches terrestres / Quand je t’aurai défait dur attrait du bonheur / / Et que j’aurai conquis ma liberté céleste / / Quand j’aurai surmonté la joie et la détresse / Quand j’aurai survolé les sentiers des désirs /Et que j’aurai choisi le chemin le plus dur / / Comme le ciel nocturne illimité et pur / Dans l’équilibre sans défaut de tous ses astres / Sera mon coeur dans l’équilibre de la grâce / / Mais je t’aurai gardé – amour / / De toi j ‘aurai gardé la vie et non la mort / Et je t’aurai trouvé – bonheur / Ayant a mon Seigneur tout donné de moi-même / / Comme un navire fortuné / Qui s’en revient au port sa cargaison intacte / J’aborderai le ciel le coeur transfiguré / / Portant des offrandes humaines et sans tache. 19 Sull’insieme delle questioni toccate in questa riflessione cf. B. Forte, La porta della Bellezza. Per un ‘estetica teologica, Morcelliana, Brescia 20024.
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sopravvissuta all’aborto – II parte

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sopravvissuta all’aborto – I parte

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Lettera del Santo Padre ai seminaristi a conclusione dell’Anno sacerdotale

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lettera_seminarisiti18 ottobre 2010

Cari Seminaristi,
nel dicembre 1944, quando fui chiamato al servizio militare, il comandante di compagnia domandò a ciascuno di noi a quale professione aspirasse per il futuro. Risposi di voler diventare sacerdote cattolico. Il sottotenente replicò: Allora Lei deve cercarsi qualcos’altro. Nella nuova Germania non c’è più bisogno di preti. Sapevo che questa “nuova Germania” era già alla fine, e che dopo le enormi devastazioni portate da quella follia sul Paese, ci sarebbe stato bisogno più che mai di sacerdoti. Oggi, la situazione è completamente diversa. In vari modi, però, anche oggi molti pensano che il sacerdozio cattolico non sia una “professione” per il futuro, ma che appartenga piuttosto al passato. Voi, cari amici, vi siete decisi ad entrare in seminario, e vi siete, quindi, messi in cammino verso il ministero sacerdotale nella Chiesa Cattolica, contro tali obiezioni e opinioni. Avete fatto bene a farlo. Perché gli uomini avranno sempre bisogno di Dio, anche nell’epoca del dominio tecnico del mondo e della globalizzazione: del Dio che ci si è mostrato in Gesù Cristo e che ci raduna nella Chiesa universale, per imparare con Lui e per mezzo di Lui la vera vita e per tenere presenti e rendere efficaci i criteri della vera umanità. Dove l’uomo non percepisce più Dio, la vita diventa vuota; tutto è insufficiente. L’uomo cerca poi rifugio nell’ebbrezza o nella violenza, dalla quale proprio la gioventù viene sempre più minacciata. Dio vive. Ha creato ognuno di noi e conosce, quindi, tutti. È così grande che ha tempo per le nostre piccole cose: “I capelli del vostro capo sono tutti contati”. Dio vive, e ha bisogno di uomini che esistono per Lui e che Lo portano agli altri. Sì, ha senso diventare sacerdote: il mondo ha bisogno di sacerdoti, di pastori, oggi, domani e sempre, fino a quando esisterà.

Il seminario è una comunità in cammino verso il servizio sacerdotale. Con ciò, ho già detto qualcosa di molto importante: sacerdoti non si diventa da soli. Occorre la “comunità dei discepoli”, l’insieme di coloro che vogliono servire la comune Chiesa. Con questa lettera vorrei evidenziare – anche guardando indietro al mio tempo in seminario – qualche elemento importante per questi anni del vostro essere in cammino.

1. Chi vuole diventare sacerdote, dev’essere soprattutto un “uomo di Dio”, come lo descrive san Paolo (1 Tm 6,11). Per noi Dio non è un’ipotesi distante, non è uno sconosciuto che si è ritirato dopo il “big bang”. Dio si è mostrato in Gesù Cristo. Nel volto di Gesù Cristo vediamo il volto di Dio. Nelle sue parole sentiamo Dio stesso parlare con noi. Perciò la cosa più importante nel cammino verso il sacerdozio e durante tutta la vita sacerdotale è il rapporto personale con Dio in Gesù Cristo. Il sacerdote non è l’amministratore di una qualsiasi associazione, di cui cerca di mantenere e aumentare il numero dei membri. È il messaggero di Dio tra gli uomini. Vuole condurre a Dio e così far crescere anche la vera comunione degli uomini tra di loro. Per questo, cari amici, è tanto importante che impariate a vivere in contatto costante con Dio. Quando il Signore dice: “Pregate in ogni momento”, naturalmente non ci chiede di dire continuamente parole di preghiera, ma di non perdere mai il contatto interiore con Dio. Esercitarsi in questo contatto è il senso della nostra preghiera. Perciò è importante che il giorno incominci e si concluda con la preghiera. Che ascoltiamo Dio nella lettura della Scrittura. Che gli diciamo i nostri desideri e le nostre speranze, le nostre gioie e sofferenze, i nostri errori e il nostro ringraziamento per ogni cosa bella e buona, e che in questo modo Lo abbiamo sempre davanti ai nostri occhi come punto di riferimento della nostra vita. Così diventiamo sensibili ai nostri errori e impariamo a lavorare per migliorarci; ma diventiamo sensibili anche a tutto il bello e il bene che riceviamo ogni giorno come cosa ovvia, e così cresce la gratitudine. Con la gratitudine cresce la gioia per il fatto che Dio ci è vicino e possiamo servirlo

2. Dio non è solo una parola per noi. Nei Sacramenti Egli si dona a noi in persona, attraverso cose corporali. Il centro del nostro rapporto con Dio e della configurazione della nostra vita è l’Eucaristia. Celebrarla con partecipazione interiore e incontrare così Cristo in persona, dev’essere il centro di tutte le nostre giornate. San Cipriano ha interpretato la domanda del Vangelo: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”, dicendo, tra l’altro, che “nostro” pane, il pane che possiamo ricevere da cristiani nella Chiesa, è il Signore eucaristico stesso. Nella domanda del Padre Nostro preghiamo quindi che Egli ci doni ogni giorno questo “nostro” pane; che esso sia sempre il cibo della nostra vita. Che il Cristo risorto, che si dona a noi nell’Eucaristia, plasmi davvero tutta la nostra vita con lo splendore del suo amore divino. Per la retta celebrazione eucaristica è necessario anche che impariamo a conoscere, capire e amare la liturgia della Chiesa nella sua forma concreta. Nella liturgia preghiamo con i fedeli di tutti i secoli – passato, presente e futuro si congiungono in un unico grande coro di preghiera. Come posso affermare per il mio cammino personale, è una cosa entusiasmante imparare a capire man mano come tutto ciò sia cresciuto, quanta esperienza di fede ci sia nella struttura della liturgia della Messa, quante generazioni l’abbiano formata pregando.

3. Anche il sacramento della Penitenza è importante. Mi insegna a guardarmi dal punto di vista di Dio, e mi costringe ad essere onesto nei confronti di me stesso. Mi conduce all’umiltà. Il Curato d’Ars ha detto una volta: Voi pensate che non abbia senso ottenere l’assoluzione oggi, pur sapendo che domani farete di nuovo gli stessi peccati. Ma – così dice – Dio stesso dimentica al momento i vostri peccati di domani, per donarvi la sua grazia oggi. Benché abbiamo da combattere continuamente con gli stessi errori, è importante opporsi all’abbrutimento dell’anima, all’indifferenza che si rassegna al fatto di essere fatti così. È importante restare in cammino, senza scrupolosità, nella consapevolezza riconoscente che Dio mi perdona sempre di nuovo. Ma anche senza indifferenza, che non farebbe più lottare per la santità e per il miglioramento. E, nel lasciarmi perdonare, imparo anche a perdonare gli altri. Riconoscendo la mia miseria, divento anche più tollerante e comprensivo nei confronti delle debolezze del prossimo.

4. Mantenete pure in voi la sensibilità per la pietà popolare, che è diversa in tutte le culture, ma che è pur sempre molto simile, perché il cuore dell’uomo alla fine è lo stesso. Certo, la pietà popolare tende all’irrazionalità, talvolta forse anche all’esteriorità. Eppure, escluderla è del tutto sbagliato. Attraverso di essa, la fede è entrata nel cuore degli uomini, è diventata parte dei loro sentimenti, delle loro abitudini, del loro comune sentire e vivere. Perciò la pietà popolare è un grande patrimonio della Chiesa. La fede si è fatta carne e sangue. Certamente la pietà popolare dev’essere sempre purificata, riferita al centro, ma merita il nostro amore, ed essa rende noi stessi in modo pienamente reale “Popolo di Dio”.

5. Il tempo in seminario è anche e soprattutto tempo di studio. La fede cristiana ha una dimensione razionale e intellettuale che le è essenziale. Senza di essa la fede non sarebbe se stessa. Paolo parla di una “forma di insegnamento”, alla quale siamo stati affidati nel battesimo (Rm 6,17). Voi tutti conoscete la parola di San Pietro, considerata dai teologi medioevali la giustificazione per una teologia razionale e scientificamente elaborata: “Pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ‘ragione’ (logos) della speranza che è in voi” (1 Pt 3,15). Imparare la capacità di dare tali risposte, è uno dei principali compiti degli anni di seminario. Posso solo pregarvi insistentemente: Studiate con impegno! Sfruttate gli anni dello studio! Non ve ne pentirete. Certo, spesso le materie di studio sembrano molto lontane dalla pratica della vita cristiana e dal servizio pastorale. Tuttavia è completamente sbagliato porre sempre subito la domanda pragmatica: Mi potrà servire questo in futuro? Sarà di utilità pratica, pastorale? Non si tratta appunto soltanto di imparare le cose evidentemente utili, ma di conoscere e comprendere la struttura interna della fede nella sua totalità, così che essa diventi risposta alle domande degli uomini, i quali cambiano, dal punto di vista esteriore, di generazione in generazione, e tuttavia restano in fondo gli stessi. Perciò è importante andare oltre le mutevoli domande del momento per comprendere le domande vere e proprie e capire così anche le risposte come vere risposte. È importante conoscere a fondo la Sacra Scrittura interamente, nella sua unità di Antico e Nuovo Testamento: la formazione dei testi, la loro peculiarità letteraria, la graduale composizione di essi fino a formare il canone dei libri sacri, l’interiore unità dinamica che non si trova in superficie, ma che sola dà a tutti i singoli testi il loro significato pieno. È importante conoscere i Padri e i grandi Concili, nei quali la Chiesa ha assimilato, riflettendo e credendo, le affermazioni essenziali della Scrittura. Potrei continuare in questo modo: ciò che chiamiamo dogmatica è il comprendere i singoli contenuti della fede nella loro unità, anzi, nella loro ultima semplicità: ogni singolo particolare è alla fine solo dispiegamento della fede nell’unico Dio, che si è manifestato e si manifesta a noi. Che sia importante conoscere le questioni essenziali della teologia morale e della dottrina sociale cattolica, non ho bisogno di dirlo espressamente. Quanto importante sia oggi la teologia ecumenica, il conoscere le varie comunità cristiane, è evidente; parimenti la necessità di un orientamento fondamentale sulle grandi religioni, e non da ultima la filosofia: la comprensione del cercare e domandare umano, al quale la fede vuol dare risposta. Ma imparate anche a comprendere e – oso dire – ad amare il diritto canonico nella sua necessità intrinseca e nelle forme della sua applicazione pratica: una società senza diritto sarebbe una società priva di diritti. Il diritto è condizione dell’amore. Ora non voglio continuare ad elencare, ma solo dire ancora una volta: amate lo studio della teologia e seguitelo con attenta sensibilità per ancorare la teologia alla comunità viva della Chiesa, la quale, con la sua autorità, non è un polo opposto alla scienza teologica, ma il suo presupposto. Senza la Chiesa che crede, la teologia smette di essere se stessa e diventa un insieme di diverse discipline senza unità interiore.

6. Gli anni nel seminario devono essere anche un tempo di maturazione umana. Per il sacerdote, il quale dovrà accompagnare altri lungo il cammino della vita e fino alla porta della morte, è importante che egli stesso abbia messo in giusto equilibrio cuore e intelletto, ragione e sentimento, corpo e anima, e che sia umanamente “integro”. La tradizione cristiana, pertanto, ha sempre collegato con le “virtù teologali” anche le “virtù cardinali”, derivate dall’esperienza umana e dalla filosofia, e in genere la sana tradizione etica dell’umanità. Paolo lo dice ai Filippesi in modo molto chiaro: “In conclusione, fratelli, quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri” (4,8). Di questo contesto fa parte anche l’integrazione della sessualità nell’insieme della personalità. La sessualità è un dono del Creatore, ma anche un compito che riguarda lo sviluppo del proprio essere umano. Quando non è integrata nella persona, la sessualità diventa banale e distruttiva allo stesso tempo. Oggi vediamo questo in molti esempi nella nostra società. Di recente abbiamo dovuto constatare con grande dispiacere che sacerdoti hanno sfigurato il loro ministero con l’abuso sessuale di bambini e giovani. Anziché portare le persone ad un’umanità matura ed esserne l’esempio, hanno provocato, con i loro abusi, distruzioni di cui proviamo profondo dolore e rincrescimento. A causa di tutto ciò può sorgere la domanda in molti, forse anche in voi stessi, se sia bene farsi prete; se la via del celibato sia sensata come vita umana. L’abuso, però, che è da riprovare profondamente, non può screditare la missione sacerdotale, la quale rimane grande e pura. Grazie a Dio, tutti conosciamo sacerdoti convincenti, plasmati dalla loro fede, i quali testimoniano che in questo stato, e proprio nella vita celibataria, si può giungere ad un’umanità autentica, pura e matura. Ciò che è accaduto, però, deve renderci più vigilanti e attenti, proprio per interrogare accuratamente noi stessi, davanti a Dio, nel cammino verso il sacerdozio, per capire se ciò sia la sua volontà per me. È compito dei padri confessori e dei vostri superiori accompagnarvi e aiutarvi in questo percorso di discernimento. È un elemento essenziale del vostro cammino praticare le virtù umane fondamentali, con lo sguardo rivolto al Dio manifestato in Cristo, e lasciarsi, sempre di nuovo, purificare da Lui.

7. Oggi gli inizi della vocazione sacerdotale sono più vari e diversi che in anni passati. La decisione per il sacerdozio si forma oggi spesso nelle esperienze di una professione secolare già appresa. Cresce spesso nelle comunità, specialmente nei movimenti, che favoriscono un incontro comunitario con Cristo e la sua Chiesa, un’esperienza spirituale e la gioia nel servizio della fede. La decisione matura anche in incontri del tutto personali con la grandezza e la miseria dell’essere umano. Così i candidati al sacerdozio vivono spesso in continenti spirituali completamente diversi. Potrà essere difficile riconoscere gli elementi comuni del futuro mandato e del suo itinerario spirituale. Proprio per questo il seminario è importante come comunità in cammino al di sopra delle varie forme di spiritualità. I movimenti sono una cosa magnifica. Voi sapete quanto li apprezzo e amo come dono dello Spirito Santo alla Chiesa. Devono essere valutati, però, secondo il modo in cui tutti sono aperti alla comune realtà cattolica, alla vita dell’unica e comune Chiesa di Cristo che in tutta la sua varietà è comunque solo una. Il seminario è il periodo nel quale imparate l’uno con l’altro e l’uno dall’altro. Nella convivenza, forse talvolta difficile, dovete imparare la generosità e la tolleranza non solo nel sopportarvi a vicenda, ma nell’arricchirvi l’un l’altro, in modo che ciascuno possa apportare le sue peculiari doti all’insieme, mentre tutti servono la stessa Chiesa, lo stesso Signore. Questa scuola della tolleranza, anzi, dell’accettarsi e del comprendersi nell’unità del Corpo di Cristo, fa parte degli elementi importanti degli anni di seminario.

Cari seminaristi! Con queste righe ho voluto mostrarvi quanto penso a voi proprio in questi tempi difficili e quanto vi sono vicino nella preghiera. E pregate anche per me, perché io possa svolgere bene il mio servizio, finché il Signore lo vuole. Affido il vostro cammino di preparazione al Sacerdozio alla materna protezione di Maria Santissima, la cui casa fu scuola di bene e di grazia. Tutti vi benedica Dio onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo.

Dal Vaticano, 18 ottobre 2010, Festa di San Luca, Evangelista.

Vostro nel Signore
BENEDICTUS PP. XVI

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Essere felici si può. Un Vescovo scrive ai giovani. di Francesco Lambiasi

Cari amici, qualche giorno fa mi è capitato di leggere un’intervista ad uno scienziato. Faremo la stessa fine dei dinosauri?, domanda il giornalista.

Forse sì, ma possiamo stare sereni: se succederà, non sarà prima di cento milioni di anni. E nel frattempo? Niente panico. Bastano due misure precauzionali per aumentare le possibilità di una vita lunga e sana: smettere di fumare e allacciare le cinture di sicurezza.

Ma una vita lunga e sana non ci basta. Io, tu, tutti vogliamo una vita felice. Quel giovane ricco di cui parla il vangelo e che al Signore chiedeva la formuletta per guadagnarsi nientemeno che “la vita eterna”, una felicità intatta e sconfinata, alla fine se ne andò via triste. Tristezza: è ciò che fa più orrore a voi giovani, tanto che per evitarla siete disposti a qualsiasi acrobazia. E allora come si fa a non fare la fine del giovane ricco e infelice?

La felicità è un’illusione?

Il tempo scorre, tutto cambia. Tranne una cosa: costi quel che costi, da quando è comparso sulla faccia della terra, l’homo sapiens è abitato da un sogno che non si spegne più. È il sogno della felicità, e anche quando crediamo che non sia né verosimile né realizzabile, vogliamo però con tutte le forze che lo sia. Nell’antichità, la felicità consisteva nella conoscenza di sé, nel dominio degli istinti, nel fatto di non sentire bisogno di nulla. Alcuni, come molti di noi anche oggi, la identificavano nel benessere psicofisico. Ma sono talmente tante le difficoltà per raggiungere la felicità, che viene da chiedersi se non sia un’illusione o uno stato d’animo così effimero e fragile da consumarsi inesorabilmente in un attimo, lasciandoci nella malinconia e in un amaro rimpianto.

L’umanità, però, non si è mai rassegnata all’idea che la vita sia una cinica, crudele presa in giro, e che il dolore rappresenti una cieca fatalità a cui sottrarsi è impossibile, e ribellarsi inutile.

Essere felici si deve

Può un desiderio diventare un diritto? La felicità sì. La costituzione americana da più di due secoli continua a proclamare tra i diritti fondamentali dell’individuo anche quello della felicità. Oggi assistiamo a un fenomeno nuovo: quel diritto è diventato un dovere. Viviamo nella società del must: essere felici si deve. Non è una opportunità: è un obbligo.

La felicità è tutta nelle tue mani. E se fai flop, è colpa tua.

Ma dove abita questa felicità tanto sognata e agognata? Abita in… via del Successo. La ricetta è in questo spot: “se sei bravo, avrai successo; se avrai successo, sarai felice”. E in nome del successo si impone a ciascun individuo un obiettivo praticamente irraggiungibile: il massimo di riuscita in tutti i campi: vita professionale e familiare, affari e amore. Non è più permesso farne a meno. I deboli e i fragili, i feriti dalla vita sono solo da compiangere. La paura più grande è non essere “nessuno”, non emergere, non avere tutto sotto controllo e non poter accedere a tutte le possibilità che la vita ti offre.

Le domande qui si fanno fitte: ma è proprio vero che chi è bravo, ha successo? Quanti sono bravi e non hanno successo o hanno successo e non sono bravi?! Ma è proprio vero che chi ha successo, è felice? E se poi il miraggio del successo si trasformasse in incubo e si finisse nello “stress da felicità” o si andasse in depressione? Sulla strada del successo bisogna correre, competere, combattere: e chi resta indietro? E chi penserà a consolare i dropout? Visto che sulla punta della piramide c’è posto per uno solo, qual è il peso sostenibile per arrivare fin lassù e per rimanerci il più a lungo possibile? I candidati al successo devono disporre di un minimo di equipaggiamento: soldi, talento, fortuna. Ma qual è il minimo indispensabile e quale il massimo necessario per riuscire? E se poi si cade e crolla tutto, senza possibilità di “ripescaggio”? Davvero conta solo il risultato?

Dimmi a che tipo di felicità pensi

Ma la domanda di fondo è un’altra. Di che cosa stiamo parlando? Che idea abbiamo di “felicità”? Per tanta gente oggi la felicità porta un nome magico: emozione.

Qualcuno dice che la nostra è una società… “emocratica”, perché fondata sulle emozioni forti, le sensazioni hard: sport rischiosi, traversate oceaniche in barche a vela, salti nel vuoto garantiti da una corda elastica, campi di sopravvivenza… Come se l’essere umano esistesse solo grazie a ciò che “sente”. Forse si dovrebbe cambiare lo slogan di Cartesio: non più “Penso, dunque sono”, ma “Sento, dunque sono”.

L’assuefazione alle emozioni già provate porta a far alzare la colonnina del nostro barometro emotivo: più droga, e droga sempre più forte; drink sempre più eccitanti, spettacoli sempre più spinti… C’è un tetto alla escalation emotiva? L’interrogativo è a monte: visto che prima o poi nella corsa della vita si va a sbattere contro la barriera della sofferenza, come la mettiamo con il “dovere della felicità”? Per quanto non si riconosca alcun diritto di cittadinanza al dolore, c’è qualche homo sapiens esonerato dal fare i conti con il peso della vita, con i dispiaceri che l’accompagnano, con i fallimenti, gli infortuni, gli imprevisti, i contrattempi, in una parola con la miseria umana? Se la felicità fosse solo l’assenza di preoccupazioni o di dolore, allora saremmo davvero degli illusi. Se si limitasse alle vibrazioni dei nostri sensi, all’appagamento del desiderio, risulteremmo dei condannati a una frustrazione continua. Torna dunque la domanda: cosa cerchiamo davvero quando aspiriamo alla felicità? È un approdo possibile anche in mezzo – e non nonostante – alle difficoltà della vita? E qual è la via da seguire perché l’albero della felicità metta stabili radici in noi?

Fatto uomo per la nostra felicità

A giudicare dalle numerose volte in cui Gesù, nei vangeli, allude alla felicità, dovremmo considerare questi libretti delle autentiche mappe per la caccia al tesoro della felicità. Dalla prima all’ultima pagina: dal “Rallègrati!” dell’angelo Gabriele alla Vergine Maria, fino alla “grande gioia” che esplode negli apostoli al vedere il Risorto.

Dopo aver disegnato tutto il suo insegnamento sulle note della vera beatitudine, anche alla vigilia della prova più dura, poco prima del suo arresto, il Maestro non ha dubbi: “Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia”. La nostra felicità sembra addirittura il motivo della sua venuta nel mondo: “…perché la mia luglio2010.qxd 21062010 14:30 Pagina 23 gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”. Al giovane ricco, in cerca della felicità eterna, Gesù indica la strada da percorrere. Ma soprattutto gli chiede di farla insieme a lui: “Vieni e seguimi”. Commenta il teologo von Balthasar: “Solo chi è sicuro di poter rendere felici, può parlare così”.

Che cosa ha, dunque, da dire la fede cristiana sulla questionefelicità? Un semplicissimo annuncio, che il vescovo don Tonino Bello riassumeva così: “Noi siamo fatti per essere felici. La gioia è la nostra vocazione. È l’unico progetto, dai nettissimi contorni, che Dio ha disegnato per l’uomo”.

Esisto, dunque sono… amato

Dio è amante della vita dei suoi figli, se no non li avrebbe creati.

Ogni uomo è l’amato gratuitamente da Dio. Gratuitamente: non c’è alcuna dietrologia da decifrare. Non c’è nulla dietro l’amore di Dio: nessun bisogno in lui che ne determini il sorgere. Non c’è nulla davanti a Dio: nessun interesse in lui che ne provochi l’iniziativa, nessun merito nell’uomo che ne solleciti la risposta. Dio non ti ama perché ha bisogno di te; ma ha bisogno di te perché ti ama. Insomma siamo amati e basta: prima di ogni nostro presunto merito, prima di ogni nostra possibile invocazione. Amàti e basta, perché Dio è solo Amore, che ama a fondo perduto, senza alcun tornaconto: ama non per avere qualcosa da ricevere, ma per godere la possibilità di dare tutto quello che è, per provare la gioia di regalare tutto quello che ha. Basterebbe prendere coscienza fino in fondo di questo per allontanare per sempre ogni residuo di timore e angoscia.

A questo punto s’impone la domanda: se Dio ci ha amati così, noi che cosa dobbiamo fare? Verrebbe da dire: dobbiamo riamarlo! L’evangelista Giovanni invece tira un’altra conclusione: “Se Dio ci ha amati, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri”. Ma lo stesso apostolo ci ricorda che, prima ancora di questo e proprio per questo, dobbiamo “credere all’amore che Dio ha per noi”. Prima delle opere della fede, viene l’opera che è la stessa fede: “questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato”. Se non si crede di essere stati già amati da Dio, non è possibile riamare Dio.

Ma noi ci crediamo veramente senza alcuna riserva mentale che Dio ci ha già amati e ci ama ancora e ci amerà sempre? Se lo credessimo davvero! È più facile credere in un Dio lontano, da temere e da tenere a “rispettosa” distanza, anche per poter poi dire: “Ti ho servito a dovere”. Ma davanti all’Amore, chi può dire: “Ti ho amato abbastanza”? È più facile sforzarsi, o illudersi, di amare che credere di essere amati e lasciarsi amare da Dio. Eppure il segreto della felicità è proprio qui. Tutto il resto viene dopo.

La verità rende liberi… e felici

Nel vangelo troviamo la gioia perché troviamo la libertà. La libertà dalla paura, dalla disperazione, dall’egoismo. La libertà di farsi dono.

L’illusione egoistica è inesorabile: per essere felici più degli altri, devo arrivare prima degli altri, ma per arrivare prima, devo lottare contro gli altri. In realtà più pensiamo a noi stessi, più siamo tristi; più abbiamo e più vogliamo; più facciamo per noi, più abbiamo sete di qualcosa di più. Ma non si è felici con qualcosa, ma con qualcuno.

La felicità non è avere, ma amare e sentirsi amati. Non è una cosa, è una relazione. Non possiamo dimenticare la testimonianza di Madre Teresa di Calcutta: “La gioia è amore, la gioia è preghiera, la gioia è forza. Dio ama chi dona con gioia; se tu dai con gioia, dai sempre di più. Un cuore allegro è il risultato di un cuore ardente d’amore, le opere d’amore sono sempre opere di gioia. Non abbiamo bisogno di cercare la felicità: se possediamo l’amore per gli altri, ci verrà data. È il dono di Dio”.

Resta però la minaccia più potente contro la gioia: il dolore. Come può il cristianesimo accreditarsi come la religione della gioia quando al suo centro è piantata una croce? In verità è proprio la croce la prova del nove che il nostro Dio è “amante della vita” e “non turba mai la gioia dei suoi figli se non per prepararne una più certa e più grande”. La croce infatti sta a dire fino a che punto il Padre di Gesù si è compromesso con il nostro dolore: fino al punto da darci il suo bene più caro, la vita di suo Figlio. E questo Figlio è venuto in mezzo a noi non per tenerci un corso di filosofia sulla sofferenza, ma per fare della sofferenza il percorso dell’amore. Cristo in croce ci dice che Dio non sempre ci libera dal male, ma ci libera sempre nel male. E quando non può esaudire i nostri desideri, non manca mai di realizzare le sue promesse.

Essere felici si può

Una splendida testimonianza di come ciò sia possibile è quella offerta da Etty Hillesum, la giovane ebrea olandese che morì ad Auschwitz nel 1943. In mezzo alla crescente tragedia, non manca di annotare nel Diario: “Sono una persona felice e lodo questa vita, la lodo proprio, nell’anno del Signore 1942, l’ennesimo anno di guerra”.

E ancora: “Trovo bella la vita, e mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me come sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore”.

Siamo lontanissimi dal credere ai paradisi terrestri propagandati e costruiti su misura per l’homo tecnologicus del terzo millennio.

Eppure, anche senza dimenticare la smisurata differenza qualitativa tra la vita presente e quella futura, siamo convinti che la gioia, per il cristiano, non si colloca solo oltre il dolore, oltre questa “valle di lacrime”, ma è possibile già quaggiù, quando tutto, compresa la sofferenza, viene vissuto nella fede e nell’abbandono all’amore invincibile di Dio e nella condivisione del dolore di quanti soffrono più di noi.

La speranza cristiana è molto più che desiderare una immensa felicità, collocata in un “oltre” indefinito. Sperare è attendere con illimitata fiducia qualcosa che non comprendiamo appieno, ma che ci viene partecipata da parte di Colui del quale abbiamo conosciuto l’amore.

Noi cristiani crediamo che soltanto l’oceano divino sia abbastanza grande da colmare la nostra sete d’amore e da saziarla ben al di là delle nostre attese e dei nostri sogni.

Il cielo è già iniziato. Se Dio è con noi, la felicità di Dio è già in mezzo a noi.

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La solitudine

Jesus, ottobre 2010
di ENZO BIANCHI

All’inizio del libro della Genesi, al momento della creazione risuonano le prime parole di Dio dette all’uomo e davanti all’uomo. Innanzitutto Dio ammonisce l’uomo a non varcare il limite della sua condizione di creatura e, subito dopo, osserva: “Non è bene che l’uomo sia solo!” (cf. Gen 2,16-18). E così ecco l’uomo, il terrestre: una creatura limitata, fragile; una creatura che può avere una condizione “non buona”, negativa: la solitudine. Il bene per l’essere umano è la comunicazione, la relazione, la comunione, dunque la comunità, il luogo in cui vivere e sperimentare l’appartenenza reciproca e la bontà-bellezza del vivere insieme cantata dal salmo: “Com’è bello, com’è buono, vivere insieme da fratelli” (Salmo 133).

Dobbiamo confessare che quando pronunciamo o sentiamo la parola “solitudine”, questa ci ferisce, desta una certa paura e a volte richiama l’oscurità, il deserto, l’isolamento, addirittura la prigione. Il libro della Genesi ci dice che Dio ha voluto creare la donna e darla come compagna all’uomo perché la solitudine di questi cessasse, ma in verità la solitudine continua a minacciare sia l’uomo che la donna: la solitudine appare come un’esperienza connaturale all’esistenza umana fino alla morte, momento epifanico della solitudine perché si muore sempre soli, anche quando si ha il dono di essere attorniati da altri.

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